Prefazione

Gentili Visitatori,

Quello che state per leggere è la revisione di un racconto autobiografico scritto da me nel 2003 ed apparso in due numeri consecutivi della rivista Delta & Parapendio nel 2004. L'articolo fu presentato dal giornalista Giorgio Nerucci al quale era stato inviato con la convinzione che ne avrebbe riassunto i punti salienti, Giorgio invece ritenne opportuno pubblicarlo per intero.

Questa è la storia di un ragazzo in cerca di se stesso, un adolescente in fuga dai condizionamenti imposti dalla società e dai conoscenti. Questa storia dimostra quanto sia importante nella vita credere nei propri sogni e non perdere mai la fiducia in se stessi, quanto sia bello uscire al di fuori degli schemi, cambiare paradigma, per vivere veramente e finalmente... LIBERI.

Nota: In questo articolo ci sono molti termini tecnici, se non riuscite ad arrivare alla fine vi consiglio comunque di leggere l'ultimo capitolo che contiene un messaggio molto bello.

Volare!

Sono nato a Roma nel 1977. La mia infanzia fu un periodo tranquillo e felice. Non ci volle molto tempo ai miei genitori per capire che non ero un bambino del tutto normale, amavo infatti stare ore ed ore a giocare con le costruzioni piuttosto che prendere a calci una palla come tutti i miei coetanei. Mio padre, suo malgrado, non riusci a farmi diventare tifoso ma ebbe la soddisfazione di essere seguito ed imitato nelle sue attività di modellista.

Mi piaceva da morire costruire ed inventare! Era una sensazione meravigliosa ed a lungo andare ne diventai dipendente. Appena terminavo un progetto ero inesorabilmente avvolto da un vuoto e dovevo subito cercare un altro obiettivo per riprovare di nuovo quella forte emozione. Tale forza creatrice trovò sfogo grazie ai mattoncini Lego, essi furono per me dei fedeli ed irrinunciabili compagni di gioco, plasmarono la mia mente e mi fecero acquisire una notevole manualità e fantasia.

Tutta la mia infanzia la trascorsi in un quartiere della periferia Romana, il Quarticciolo. Vivevo al quarto e ultimo piano di una casa popolare e condividevo la stanza con le mie due sorelle ed il mio piccolo fratello ninja del quale ero la vittima prescelta. Il balcone della casa era una perfetta piattaforma di lancio per i miei prototipi di aeroplani di carta. Non costruivo solamente i classici aeroplani di carta ma anche veri e propri aeromodelli con fusoliera tubolare. Inutile dire che il cortile spesso diventava una discarica a cielo aperto.

Amavo molto anche l'elettronica ed i computer. Quanto si poteva creare con una tastiera ed uno schermo! Il mio primo PC fu un Olivetti PC128S, un computer professionale per l'epoca, che aveva dei giochi nettamente inferiori rispetto al Commodore 64 posseduto dai miei amici. Questa mancanza mi spronò al punto che studiai un linguaggio di programmazione con lo scopo di creare i videogiochi per conto mio. Questa passione per la programmazione prosegui poi con il più grande computer di tutti i tempi: l'Amiga, fino a diventare la mia principale occupazione.


DV0

Malgrado tutte le passioni che avevo il mio sogno nel cassetto era da sempre quello di realizzare un mezzo con il quale poter volare. In segreto progettavo su carta i mezzi per volare più strani (lo faccio tuttora) ed ero arrivato al punto in cui volevo trasfomare i sogni in realtà. Dapprima pensai a realizzare un piccolo elicottero leggero. Per la motorizzazione volevo utilizzare due piccoli statoreattori da posizionare ai lati dell'elica perchè credevo di facile realizzazione. Questa soluzione evitava la coppia del motore e l'utilizzo dell'elica posteriore. Ma gli statoreattori? Come realizzarli? E l'elica principale? Abbandonai anche l'idea di realizzare un vero e proprio aeroplano. Tali progetti erano decisamente fuori dalla mia portata sia a livello economico che infrastrutturale.

Fu allora che cominciai a pensare al cellophane. Era circa il 1990 ed io, non so per quale motivo, avevo già in mente l'attività del parapendio, mi sembrava di averla già vista ma non sapevo spiegare ne come ne dove. Era un estate e mi trovavo a passare le vacanze, come ogni anno, al mio paese: Guarcino, una località di montagna piena di posti che ispirano a volare.

Realizzai in poco tempo il mio primo prototipo: una vela a monosuperficie di pianta rettangolare con 4 cavi ai bordi che si congiungevano ad un imbrago a cinta. Avevo rimediato il materiale da buste ed imballaggi unendole con scotch da 1.5 cm fino a creare una vela di circa 4-5 metri per 1-1.5 metri. La “prova in volo” la effettuai su di un piccolo altopiano che aveva un metro di dislivello . Il risultato fu immaginabile, la vela era un semplice aerofreno! Ricordo di non essere rimasto del tutto deluso da quella esperienza. Dopotutto ancora non conoscevo il parapendio e quella soluzione che consisteva nell'usare una struttura flessibile, senza alcuna parte rigida, mi sembrava proprio impraticabile.

Utilizzando lo stesso materiale del primo prototipo e abbandonata l idea di una vela completamente flessibile la stessa estate realizzai un deltaplano. La struttura rigida la rimediai unendo dei pezzi di plastica di una capanna giocattolo a dei pezzi in acciaio e legno trovati nella stanza di lavoro di mio padre. Tutta la struttura era unita con dei cavi rubati a vecchie tende veneziane ed il semplice fatto che si reggesse da sola era un vero e proprio miracolo!
Ad ogni modo, una volta realizzato, tutto quel miscuglio di materiali sembrava un vero e proprio deltaplano lungo sei metri! Che soddisfazione!

Una volta in campetto, dopo circa due ore passate per riassemblare il deltaplano, ero pronto per la prima prova. Come fu prevedibile la struttura non riuscì neanche a reggere le sollecitazioni della corsa. I cavetti che avevo usato erano stati uniti velocemente, con pezzi diversi fra loro ed annodati. Ma tutto ciò non mi afflisse troppo in quanto ero consapevole che realizzare qualcosa di realmente funzionante avrebbe richiesto senz'altro molto più lavoro e fatica.


DV 1

L'estate del 1991 fu il periodo decisivo. Un mio amico, conoscendo la mia passione, mi diede varie immagini di parapendio e deltaplani ritagliate da varie riviste. I miei occhi rimasero incollati di fronte a quelle immagini per ore ed ore cercando di capire come fossero costruiti quei mezzi volanti. Che genialità, pensai, la struttura del parapendio è fantastica! Il trucco dopotutto stà tutto li: due superfici unite da varie centine per creare una forma alare!

Da allora diventai un assiduo lettore di tutte le riviste esistenti sul volo libero. Contemporaneamente frequentavo vari ferramenta alla ricerca di tessuti e soluzioni economiche per realizzare qualcosa di funzionante. La mia continua determinatezza nell'affrontare questo tipo di progetto fu alimentata dai miei problemi adolescenziali. Avevo appena iniziato a frequentare il primo anno di liceo scientifico e devo ammettere che quella fu una delle più brutte esperienza della mia vita, i miei compagni di scuola erano tutt'altro che amici, continuamente ero preso in giro ed i professori volevano che le loro materie fossero la mia ragione di vita. Io ero poco portato per le materie umanistiche e la professoressa di latino amava ridicolizzarmi senza tregua! In aggiunta per circa sei mesi fui ingessato con un busto per piccoli problemi alla schiena (durante la prova del DV1, le foto sulla neve, ero ingessato!) e questo di certo non mi aiutava!
Malgrado questi problemi sia la mia mente era sempre impegnata alla ricerca di qualcosa che mi facesse elevare dagli altri, tanto per dimostrare a me stesso che la mia non era proprio inferiorità, piuttosto le mie risorse erano impegnate in un’ altra “dimensione”.





Così fu che iniziai a realizzare il DV1. Il materiale prescelto era un cellophane molto resistente di consistenza 100 g/m2, i cordini erano in polipropilene (si allungavano del 10 %!), rimediati in un grande magazzino. In origine pensai di unire il tutto a caldo, ma dopo varie prove non riuscite rinunciai.
La mia scelta cadde inseorabilmente sullo scotch! Cercai vari tipi di nastro ma il migliore in termini di robustezza e qualità di adesione fu il classico nastro da pacchi di colore marrone! Tale scelta pregiudicò irrimediabilmente l'aspetto della vela ma si rivelò di notevole importanza ai fini della resistenza strutturale delle mie ali successive.

Riguardando il progetto originale posso solo ora capire la mia ingenuità, infatti le misure erano del tutto ridicole: 5,4 metri di apertura alare con una corda max di 1.2 metri e pianta trapezoidale! Tutto ciò si riassumeva in circa sei metri di superficie alare! Ricordo che non impiegai troppo tempo ad assemblare il tutto, teso com'ero dalla voglia di provarla...

Quello che mi fece perdere moltissimo tempo fu la realizzazione dei cordini. Decisi infatti di effettuare le cuciture sui punti di giuntura tra le diramazioni e l'attacco alla vela, soluzione del tutto inutile viste le qualità del resto dei materiali, ed in effetti sarebbe bastato un semplice “bocca di lupo”. Abbandonata l'idea di utilizzare la macchina da cucire, era impossibile infatti mantenere diritto quel dannato cordino mentre passava sotto l’ago meccanico, decisi di effettuare le cuciture a mano! Fu così che chiesi alla mamma di insegnarmi a cucire! Fu un lavoro stancante e noioso!

Per collegare i cordini alla vela utilizzai dei rinforzi di cartone che erano parte integrante delle centine. A quel punto l'unica cosa rimasta era l'imbrago. Pensai e ripensai a quale tipo di soluzione adottare, alla fine giunsi alla conclusione (ovvia!) di autocostruirmi una specie di imbrago senza sella con cosciali, pettorale e moschettoni da ferramenta tutto cucito da me in parte a macchina e nei punti critici a mano. Il materiale utilizzato? Dopo immense ricerche nel tentativo di trovare le fettucce di cordura (quelle dei zaini per intenderci, credo siano in kevlar), in un negozio di tessuti trovai il Grogre (o Gros Grain). Questo tipo di fettuccia è in cotone! Per risolvere il problema della scarsa resistenza collegai fino a quattro fettucce di Grogre insieme.

Una volta terminato l'imbrago, le connessioni dei cordini alla vela e realizzata una saccaccia per il trasporto, ero pronto per la prova in volo. Per questa prova mi recai a Campocatino, una località sciistica a 18 km dal Guarcino, a forma di conca, perfetta per ogni direzione di vento quindi!
Emozionato, preparai in fretta tutto il necessario aiutato dai miei genitori: Visti i miei problemi adolescenziali avevano pensato bene di lasciarmi sfogare...
Una volta davanti alla vela tentai un gonfiaggio alla francese, come da studio intenso sulle riviste di volo, con il vento alle spalle provai a trazionare ma... niente! Purtroppo rimasi molto deluso dal comportamento della vela, non riuscii ad alzarla neanche con tutta la forza di questo mondo. Evidentemente non avevo tenuto conto di una manciata di fattori fondamentali primo tra tutti il peso eccessivo del materiale e la mancanza totale di aerodinamicità della vela.


DV 2

Per nulla deluso da questa esperienza decisi di intraprendere una nuova avventura. Stavolta però ero deciso a creare un vero e proprio parapendio. Sfogliai decine di riviste del settore alla ricerca di qualunque microscopica informazione sulla struttura dei parapendio veri. Comprai anche un bel libro in inglese dove c’erano vari progetti di aquiloni acrobatici tra cui anche modelli a cassoni. Da questi ultimi presi spunto per realizzare un modello in carta velina (lo spinnaker costava troppo) di circa mezzo metro quadrato di superficie. Rimasi letteralmente a bocca aperta quando al parco una folata di vento della durata di un minuto portò su la vela di carta con tutti cordini in spago e cotone. Fu una esperienza grandiosa! A quell'aquilone ne seguirono altri, sempre di dimensioni maggiori ed in carta velina. Tutto ciò mi bastava, avevo capito abbastanza sul funzionamento aerodinamico di una vela a cassoni, avevo angolo di assetto, forma in pianta e profilo alare. Mi bastava aumentare le dimensioni e tutto avrebbe funzionato a dovere.

Presi carta e penna, durante le ore di scuola e le prese in giro dei miei compagni, ed iniziai a disegnare tenendo in considerazione le dimensioni originali dei materiali che andavo ad utilizzare. Per la vela la mia scelta cadde sul più leggero cellophane in commercio, quello venduto a metratura 4x4, che con una piccola pressione si strappa (ne utilizzai circa 4 pezzi). Per i cordini utilizzai in parte quelli già cuciti per le diramazioni. Il profilo era quello che utilizzavo per gli aquiloni con uno spessore di circa 20%.

Il risultato fu una vela spettacolare, 22 cassoni, forma in pianta trapezoidale. Ecco le caratteristiche tecniche:

  • Apertura alare: 8,8 m
  • Corda Media: 2.42
  • Superficie: 21.3 m2
  • Allungamento: 3.63
  • Lunghezza fascio: fila A 5.4 m

La realizzazione mi richiese centinaia di ore di lavoro. Iniziai prima dalla parte centrale, di forma quadrata. Per collegare le centine all'estradosso ed all'intradosso utilizzai stavolta scotch trasparente di 2 cm di larghezza, più leggero. Per rinforzare la struttura nella sua intera lunghezza utilizzai il classico nastro da pacchi di 5 cm (marrone) soprattutto in corrispondenza dei punti di attacco ai cordini.

Ricordo che occupai per mesi il tavolo dei miei nonni, che mi guardavano incuriositi ma mi lasciavano lavorare senza problemi: dopotutto a loro avevo detto di stare a realizzare un aquilone! Per realizzare i profili avevo già pronte delle sagome in cartone opportunamente calcolate e ridotte a seconda della lunghezza della centina. Fu in quel momento che mi venne in mente di realizzare anche un programma in grado di effettuare tutti questi calcoli, ma in quel periodo non avevo tempo.

Quando finii di realizzare la vela non ebbi neanche il piacere di guardarla in tutta la sua interezza perchè, come è facile immaginare, non avevo spazio per aprirla completamente. Era grande quattro volte la DV1 ma pesava molto di meno. Quando venne il momento di realizzare i cordini decisi a malincuore di usare quelli della mia vela precedente, che inevitabilmente finì nella spazzatura Utilizzai i cordini del DV1 in parte per realizzare le diramazioni secondarie del DV2.







E venne il momento di effettuare la prima prova. Corsi subito a Campocatino e mi posizionai al centro della valle. Persi un bel po di tempo solamente per strecciare i cordini (avevo chiuso la vela malissimo, dopotutto non sapevo neanche come ripiegarla). Mi misi spalle al vento, di fronte alla vela... indietreggiai di un passo e la vela si mise a muretto perfetta... indietreggiai ancora senza tirare le A e...

Senza esitare un attimo la vela si alzò da terra!

Non ho parole per spiegare cosa provai: mesi e mesi di lavoro sognando di volare insieme alla mia “creatura” ed in quel momento tutto era andato per il verso giusto.
Mai avevo realizzato una cosa così grande, niente mi aveva richiesto prima di quel momento così tanto lavoro, niente mi aveva fatto sognare così tanto. E la creatura, in tutta la sua “rozzezza”, si alzò, ignara di tutte le leggi fisiche, quasi ad inviare uno smacco a tutti quelli che non avevano creduto e a tutti quelli che mi avevano preso in giro.
Dopotutto ne avevo subite fin troppe e quella sensazione mi ricompensò di tutte le umiliazioni che avevo avuto a scuola.

Era l'estate del 1993 e a quel giorno ne seguirono altri in cui provai ad eseguire anche piccoli stacchi via via più alti. In seguito convinsi il mio caro amico Alessandro Gori, anche lui appassionato, a realizzare un clone della mia vela cosi da avere anche qualcuno che mi accompagnasse nelle mie avventure a Campocatino.

Realizzammo la nuova vela in sole due settimane con materiali ancora più di scarto rispetto alla mia poichè avevamo fretta.
Il giorno più bello fu quando iniziai a prendere confidenza con la vela e mi recai alla cima più alta, il Vermicano, una pista sciistica (abbandonata per l'estate) di circa 100 metri di dislivello.
…Alessandro si trovava cento o duecento metri a sinistra, dove il pendio era appena accentuato, ad effettuare gonfiaggi, e mi guardava sbalordito.

Non ho mai volato così alto con le mie vele in cellophane! Appena decollato la dinamica mi tirò su di circa 10-15 metri. Impaurito e tremolante guardai giù, la terra scorreva veloce! Avevo le mani strette alle bretelle con la paura folle che qualcosa si potesse staccare e non vedevo l'ora di atterrare. Finalmente, quando i miei piedi toccarono terra, ancora tremolante gridai ad alta voce: TREEEENTA MEEEEETRIIII!!!

Rimasi in aria credo per una ventina di secondi, furono i secondi più lunghi della mia vita! In seguito provai e riprovai a decollare dallo stesso luogo, o giù di li, visto che tutto era andato per il verso giusto. Durante i voletti la vela e lo scotch tremavano producendo un rumore che alcune volte mi preoccupava.

Le mie paure erano fondate perchè accadde l'inevitabile: una centina centrale si stacco per metà dall'estradosso! Ciò non influì un gran che sulla traiettoria della planata e quando arrivai a terra rimediai subito all'inconveniente: con me avevo un rotolo di nastro da pacchi pronto per essere usato proprio per queste eventualità. Ed ecco li il parapendio di nuovo bello e pronto all'uso! La mia vera salvezza però fu un'altra: all'epoca producevo vele con un angolo di assetto molto a picchiare, infatti si alzavano senza trazionare le “A”. Questo contribuiva alla rapidità di arrivo a terra, e lo spessore dei cassoni aiutava la vela ad evitare il collasso frontale.

Ma avevo osato troppo...

I miei amici del paese non credevano alle mie avventure e, destino volle che mi vollero vedere proprio in una giornata in cui il vento era troppo forte.
Non volevo volare! Ma ormai era troppo tardi, i miei amici mi stavano aspettando giù e sentivo le loro voci incitarmi al decollo. Il vento era impressionante ed io avevo addirittura paura di essere trascinato indietro. Mi feci coraggio ed affrontai il decollo. La dinamica mi tirò su immediatamente di 2-3 metri. E mi trovai praticamente fermo in aria sopra un roccione. In quel momento successe l’inevitabile...

La mia vela iniziò ad imbardare a sinistra a causa di una raffica di vento da destra. Fui trascinato sempre più velocemente contro il pendio verso sinistra fino a toccare terra in un gruppo di sassi proprio sulla cima del Vermicano. Mi ritrovai vari metri più in là con tutti i jeans strappati, la vela continuava a tirare e dovetti legare le bretelle ad un gruppo di rocce. Avevo varie ferite sul corpo ed un ginocchio pieno di sangue che non mi faceva camminare dal dolore.

Un mio amico mi aiutò a piegare la vela e tornai giù in paese in bicicletta, dopotutto era tutta discesa. A i miei raccontai di essere caduto proprio in bici, ma in paese, si sa, la gente mormora e non ci volle troppo a mia madre per capire quello che era veramente successo.

Fui accompagnato all'ospedale dove in seguito ad una lastra al ginocchio diagnosticarono una forte contusione. Il dolore mi passò in circa uno-due mesi e ancora oggi ogni tanto si fa sentire quando salgo le scale. Che dire, le ossa delle mie gambe sono d'acciaio, ma vista la fortuna, non solo quelle!


DV 3




I mesi passarono e la mia DV2 ormai stava invecchiando, lo scotch di due cm che avevo usato per unire le centine si staccava di continuo, era da tempo ormai che avevo intenzione di realizzare una nuova vela, più performante.
I miei amici a scuola, anche vedendo le foto delle mie avventure, continuavano a sentirsi superiori, mi tenevano sempre fuori dal gruppo ed io avevo molte difficoltà ad adattarmi.

Nel frattempo io iniziai a progettare e a realizzare il DV3. La forma in pianta stavolta era un elisse approssimata a quattro punti (per semplificare la costruzione) con baricentro linea B al 25% della corda, la forma era decisamente più gradevole ed il profilo era sempre il solito. Ecco i dati:

  • Apertura alare: 10 m
  • Corda Media: 2.56
  • Superficie: 25.6 m2
  • Allungamento: 3.9
  • Apertura proiettata: 8.67 m
  • Superficie proiettata: 21.16 m2
  • Allungamento proiettato: 3.5
  • Lunghezza fascio: fila B 5.5 m
  • Larghezza cassoni: 40 cm

Il DV3 si dimostro subito in campetto di essere all'altezza della situazione: la vela era molto più bella e, data la superficie maggiore, aveva anche una maggiore portanza. Comunque la differenza di prestazioni non era poi cosi evidente: l'angolo di assetto troppo cabrato ed il profilo erano gli stessi della vela precedente. Non ho mai effettuato voli alti come con la DV2, evidentemente dopo l'incidente stavo mettendo la testa apposto.

Costruii anche un nuovo imbrago, stavolta con selletta incorporata, con materiali rimediati da vecchi zaini e ovviamente tutto cucito a mano con filo in poliestere.

Contemporaneamente ero impegnato anche a realizzare WingPainter, un programma per la progettazione di parapendio. Quest'ultimo era un vero e proprio assistente alla progettazione, bastava definire la forma in pianta, il numero di cassoni, la lunghezza del fascio, il numero delle diramazioni e tutta una serie di altri parametri per poi vedere la propria vela in prospettiva ed in proiezione ortogonale. Il programma provvedeva poi a stampare tutte le informazioni necessarie per realizzare le sagome e i cordini. Vendetti anche 3 copie del programma ai lettori di una nota rivista del settore, adesso lo distribuisco gratuitamente.

Era il 1994 e la mia vita stava cambiando per molti motivi fondamentali. Anzitutto decisi di cambiare scuola. Con un piccolo esame integrativo entrai in un istituto tecnico con indirizzo elettronica. Li trovai un ambiente del tutto diverso, i ragazzi erano meno snob e più alla mano, anche un pò coatti ma mi trovai benissimo. Le mie storie erano sempre al centro dell'attenzione e avevo anche ottimi voti. Insomma stavo soprassando alla grande il periodo buio. Avevo anche iniziato finalmente a frequentare una vera scuola di parapendio!

Il mio istruttore, non sapeva proprio dove incominciare con me. Avevo imparato a modo mio e continuamente facevo degli errori di abitudine. Quelle vele lì, vere, erano troppo strane per me, ed il fatto di trazionare le “A” era troppo anomalo. A me sembravano dei materassoni goffi e pesanti...

Il primo volo alto lo feci a Norma. Conservo ancora delle foto fatte alle mie scarpe in volo. Fu una sensazione bellissima, ebbi paura solamente in decollo. Poi il volo si rivelò essere come una cosa del tutto naturale. Che belle le vele scuola!


DV 4






L'ultima vela che realizzai fu la DV4 (1996). In questo progetto avevo intenzione di estremizzare un bel pò le caratteristiche della vela. Ormai avevo realizzato il mio sogno di volare e volevo mettere alla prova le mie capacità di progettazione. Ero consapevole che non ci avrei fatto grandi voli, ma ero comunque intenzionato a creare qualcosa fuori dal comune.

Il WingPainter era terminato e per questo lo utilizzai interamente per realizzare un profilo con spessore del 10%, una forma in pianta a forma di ellisse con baricentro al 30% della corda e un'allungamento 6!!!
Ecco qui ciò che ne venne fuori:

  • Numero cassoni: 40
  • Apertura alare: 12.6 m
  • Corda Media: 2.06 m
  • Superficie:26.04 m2
  • Allungamento: 6
  • Apertura proiettata: 11.78 m
  • Corda media proiettata: 2.00 m
  • Superficie proiettata: 23.64 m2
  • Allungamento proiettato: 5.8
  • Lunghezza fascio: fila B 7.4 m
  • Larghezza cassoni: 31.5 cm

Anche il materiale utilizzato era diverso: per la vela trovai un materiale decisamente più resistente ma leggerissimo, il Cartene (simile al cellophane ma di consistenza cartacea e di una resistenza incredibile). Per unire le centine utilizzai scotch trasparente di 5 cm, mentre per rinforzare la vela al bordo d'attacco e d'uscita utilizzai un nastro da pacchi bianco, finalmente lo avevo trovato di un colore diverso dal marrone! I cordini erano sempre gli stessi, opportunamente modificati e giuntati per avere la lunghezza necessaria. Stavolta però non persi tempo a cucire le diramazioni. Il classico nodo a bocca di lupo ed inglese andavano più che bene.

Ci lavorai per un mesetto o poco più. Ormai avevo acquisito esperienza! Il risultato fu una vela bellissima ma praticamente impossibile da gonfiare senza un'immensa fatica. La bassa campanatura la faceva continuamente collassare verso il centro come una fisarmonica e non riuscii neanche ad effettuare un piccolo stacchetto. Comunque rimediai subito al problema effettuando piccole modifiche alle estremità alari che feci convergere gradualmente verso il pilota. L'aspetto della vela ne risentì anch'esso in modo positivo. Il gonfiaggio in questo modo diventò molto più semplice e la vela è molto più stabile allo zenit.

Completai la scuola di parapendio dopo oltre un anno di scarsa frequenza, negli anni successivi eseguii un'altra decina di voli alti e poi interruppi inspieagabilmente l'attività di volo con il parapendio preso com'ero da miei altri progetti.

Nel 2006 decisi di frequentare un corso di deltaplano a motore, un'attività anch'essa meravigliosa, che mi introdusse al volo col motore. Il giorno dell'esame fu uno dei più belli della mia vita: pioveva, avevo il vento di traverso, e mi trovavo in un campo e con un mezzo sconosciuti. Ricordo la paura ma anche l'immensa soddisfazione della promozione! Tuttavia, anche in questa disciplina, una volta finita la forza trainante della frequentazione del corso, interruppi inesorabilmente l'attività di volo.

Sembra un paradosso: quando non avevo i mezzi e le possibilità sognavo in tutti i modi e mi applicavo con tutte le forze per coronare il sogno del volo. Ora che ho i mezzi, sono a terra... Perchè?

Un'idea ce l'ho... a tal proposito vorrei effettuare alcune considerazioni nella speranza che possano essere di insegnamento per tutti.


Il messaggio

Il tempo, si dice, è galantuomo. Solo oggi posso capire che quel periodo della mia vita fu per me un punto focale. Un periodo nel quale il normale trascorrere dell'esistenza incontra un cambiamento, un cambio di paradigma. Ne ho avuti altri nella vita ma quello in particolare fu il più importante. Ero in piena crisi adolescenziale ed avevo grossi problemi con i miei compagni di classe. Trovavo me stesso solo nelle mie passioni e nel volo. Costruire un mezzo volante per me non era solamente la manifestazione di una passione, era anche l'estremo tentativo di dimostrare la mia presenza ad un mondo indifferente. Era un modo per dire: Ci sono anche io! Era un modo per sentirmi vivo.

E' un bel concetto, ma che vuol dire? Sentirsi vivi infatti non è semplice come respirare, richiede uno sforzo in più. Uniformarsi alla massa, rilassandosi nelle abitudini della quotidianità, condanna l'uomo ad una sorta di atemporalità emotiva. Il trascorrere del tempo è scandito sempre dagli stessi eventi. Ci si accorge di aver trascorso decenni in un lampo e ci si domanda: che cosa ho fatto in questi anni? Ebbene questa non è vita.

Vivere vuol dire abbandonare la certezza delle abitudini e dei paradigmi in favore dell'incertezza. Ciò richiede coraggio e forza. Affrontare il rischio di venire giudicati, derisi e ostacolati. Il semplice fatto di trovare contrarietà alle nostre azioni deve essere uno stimolo poichè spesso vuol dire che quella appena segnata è la strada giusta. Tale percorso di vita sarà un punto focale nella nostra linea temporale, un punto che si trova più in la degli altri ad un passo dal nostro Sogno!

NOI POSSIAMO TUTTO, ogni cosa è alla nostra portata. Non importa quanto grande possa essere il nostro sogno, non importa quanto assurdo e quanto impossibile... Niente può arrestare colui che con anima e corpo, con passione, amore, determinazione rincorre un sogno! Lo stesso universo è nelle nostre mani!

Damiano